“La vita è questione di ritmo. Noi vibriamo, i nostri corpi pompano sangue. Siamo una macchina del ritmo, ecco cosa siamo” (Michey Hart in Il corpo accusa il colpo, (The body keeps the score), Bessel Van Der Kolk)

 Filippo: il respiro e il movimento del corpo come chiave di osservazione di sé e degli altri

Entriamo immediatamente nel merito, affacciandoci alla soglia della relazione tra corpo e mente, attraverso i ‘movimenti’ di un paziente: “Dopo almeno un anno di psicoterapia canonica focalizzata sulla parola, mi chiama un collega chiedendomi di “smuovere” un po’ la situazione.

Incontro Filippo insieme con il mio collega per valutare un percorso che si unisca a quello svolto dove il corpo sia protagonista. Filippo è un ragazzone dall’incarnato scuro, occhi intensi e capelli lunghi corvini, un corpo ‘morbido’ che vuole nascondersi, come sottolineato dall’atteggiamento delle spalle leggermente curvate in avanti. È estremamente educato e disponibile a sperimentarsi. Dentro di me lo chiamerò il Grande Gigante Buono.

Durante quel primo incontro ci addentriamo attraverso una breve pratica di respirazione e yoga, sviluppando gli asana (le posizione yogiche) più semplici, connesse ai primi due chakra che si rifanno al radicamento (grounding e centratura) e al vissuto emotivo.

Creiamo insieme una mappa corporea che ci mostri come viva il suo corpo, come ne senta percezioni interne ed esterne, e notiamo insieme che ci sono delle aree dove “non riuscivo a sentirmi la pancia, il bacino è bloccato” oppure “le gambe vibravano eppure non è che non sono allenato” oppure “la spalla è ancora il mio trauma di quando mi sono infortunato”.

Con questa ‘fotografia’ iniziale ci vedremo tutte le settimane per 4 mesi dedicando 10 minuti alle parole, 5 minuti alla respirazione, 25 minuti alla pratica fisica, il restante alla meditazione e alla condivisione verbale dell’esperienza.

Il primo passo mi muove ad aiutare Filippo a sviluppare la capacità di osservare e sentire il proprio corpo, in tutte le sue parti, con una specifica attenzione, come una parte fondamentale per il proprio benessere e per il processo terapeutico, diventando uno strumento ulteriore su cui fare connessioni e considerazioni. Gli esercizi di respirazione e yoga vogliono favorire la consapevolezza del corpo e la connessione tra emozioni e mente.

In un secondo momento dopo che Filippo ha preso dimestichezza con gli asana, il ritmo del suo respiro, i “messaggi” che riceve dal corpo, lascio a lui la libertà di usare tutto lo spazio nella stanza in parquet unendo gli ‘esercizi fisici’ appresi con un movimento spontaneo e creativo; dapprima in difficoltà, in maniera graduale si abbandona, fiducioso della mia presenza non giudicante che lavora accanto a lui, si accorge di lasciare andare l’ingombrante senso di giudizio verso di sé, permettendosi quindi di “essere come mi veniva naturale, in fondo non c’era giusto o sbagliato, c’ero io”.

Aver aggiunto una pratica corporea alla psicoterapia (approccio psicanalitico relazionale) condotta da un collega, con cui vi è stato un costante scambio e confronto, è stato un ulteriore sblocco per il paziente che ha sviluppato maggior autoconsapevolezza, e comprensione di sé, non ultimo lo spazio del corpo è diventato metafora di quello occupato nel mondo circostante e come vi abbia reagito in relazione agli stati emotivi. Riesce a parlare più facilmente dei propri sentimenti, sviluppando un atteggiamento verso se stesso meno critico e pressante. I comportamenti di alimentazione disregolata diminuiscono ed è maggiormente in grado di prevenirli e/o darne senso.

Nel tempo come anche la psicoterapia auspica si è reso il paziente maggiormente responsabile e capace di autosservarsi e diventare un po’ ‘il terapeuta di se stesso’. Per Filippo è fondamentale inserirsi in un contesto sociale dove conoscere nuove persone e accettare il suo corpo per come si manifesta con limiti e risorse, e possa confrontarsi senza giudizio con gli altri. Lo accompagno a diluire gli incontri individuali e accedere ad un centro yoga dove possa continuare il suo ascolto personale, ma in una cornice di condivisione con altre persone, potendo ritornare da me quando ne sente necessità”.

Corpo e psiche

Corpo e psiche sono un unicum nell’approccio della psicoterapia integrata. Mi riferirò quindi al corpo vivo, organico e attivo per mezzo dell’azione e del movimento: un corpo che sente, pensa, e agisce entrando in relazione con altri corpi. La sua perenne trasformazione ne dà prova adattandosi all’ambiente, fisico e sociale. Il corpo diventa al tempo stesso: generatore, interprete e mezzo attraverso cui circola il significato dell’esperienza. Per questo motivo non possiamo indagare il corpo a prescindere da noi stessi, perché lo abitiamo e, simultaneamente, abitano in lui moti fisici di sangue, ossa, organi, che non si esauriscono nella loro descrizione fisiologica, ma che creano rimandi e intrecci con la nostra esperienza emozionale e psichica. 

Entrando nel vivo di questa complessità possiamo notare come il corpo non possa essere concepito né in senso assoluto quale ‘cosa naturale’, né solamente come costruito ed investito di senso in relazione al contesto in cui è inserito. Il corpo è senza dubbio generatore di senso, senza dimenticare che possiede una certa fisicità, che ne determina la materia. Come premesso è attraverso uno sguardo relazionale che queste due visioni si incontrano senza scontrarsi.

L’individuo è l’espressione di questo unicum, unità indissolubile mente-corpo-relazione, in uno stabile ma dinamico rapporto di interdipendenza.

Il corpo non cela nulla, ci permette di esprimere l’inesprimibile e dice di noi ciò che vorremmo nascondere. Attraverso un rossore improvviso, lo stress, i sintomi che produce come campanello di allarme e tanti altri segnali, soglie tra ‘interno ed esterno’, ci costringe a comunicare, ricordandoci che ‘non si può non comunicare’ (I Assioma della comunicazione, Watzlawick et al., 1972).

Numerose ricerche in ambito psicologico (Holyoake, Reyner, 2005; Jeong et al., 2005; Sandel et al. 2005) riportano che il corpo possa assumere un ruolo importante nel processo terapeutico, permettendo l’accesso a memorie profonde e favorendo il cambiamento.

Lo sguardo al paziente: una prospettiva integrata

Perché usare questa prospettiva? Per restituire significati che comunichino tra loro, dalle parole al corpo e dal corpo alle parole. Nelle esperienze traumatiche si “arresta” il meccanismo di elaborazione verbale e il corpo risponde, in maniera autonoma, attraverso meccanismi dissociativi, organizzando l’esperienza in comportamenti separati. Come afferma Van der Kolk “le persone diventano incapaci di integrare l’esperienza affettiva immediata con la strutturazione cognitiva dell’esperienza. Questa mancata integrazione produce una reattività corporea senza l’intervento della riflessione”(1996). Nella misura in cui ciascuno di noi vive e ha vissuto traumi di maggiore o minore gravità una lente di osservazione alla relazione tra la parola e il corpo, attraverso il movimento e il respiro, può diventare una guida che conduce il paziente ad uno stato di maggior benessere.

Sperimentare diversamente se stessi e il proprio corpo, la propria vitalità sia nel movimento che nella quiete si eleva a ulteriore elemento di trasformazione, che accanto al percorso basato sulla parola abbraccia e struttura il tessuto da cui il paziente si lascia avvolgere per svolgere il cambiamento personale.

Questa è oggi la grande trasformazione a cui è chiamata la psicoterapia: costruire esperienze che diano alla persona il senso del proprio cambiamento, il senso della propria personale capacità di crescita, attivando non solo un movimento autoriflessivo ma anche, e soprattutto, un cambiamento autoregolato. Una sfida che senza il corpo non può esistere.